Archivi categoria: Articoli condivisi

NESSUN MARCHIO SUI NOSTRI ROGHI 

Per la liberazione del movimento transfemminista dalle sue stesse censure


Negli anni, alcune realtà sono diventate degli stendardi del movimento transfemminista nazionale. Sigle, loghi, colori, dietro ai quali tuttз, almeno una volta, ci siamo ritrovatз a sfilare, in una piazza o magari in un’assemblea, in un comunicato o in un momento di autocoscienza. Queste realtà, nate con l’esplicita volontà di rappresentare moltitudini, hanno però nel tempo appiattito e generalizzato il discorso anti-patriarcale, spogliandolo della sua radicalità e deviandolo secondo amichettismi e connivenze varie

Soprattutto negli ultimi anni, ci è sembrato di interfacciarci con il simbolo primario del patriarcato: un padre che ci vede come suoi prodotti e proprietà, eternamente ed innegabilmente assoggettatз a lui

Noi stessз, come Rabbia Trans e ReST, siamo statз raccontatз e percepitз come stessimo tradendo un patto non scritto: abbiamo osato autodeterminarci, sottranedoci al giudizio di coloro che si sono autoproclamatз portavoci della lotta transfemminista in tutte le sue forme. Non abbiamo seguito i percorsi burocraticizzati, e quindi abbiamo perso, seduta stante, il diritto a esprimerci, ad essere rispettatз e ad essere credutз.

Questo perché il potere e la visibilità sono stati accentrati in una elitè autonominatasi, spesso in base a nonnismi ed amicizie, proprio come nei migliori dei partiti. 

E, come nei migliori dei partiti, sembrerebbe oggi impossibile slegarsi dal suo nome.

In questo clima, le pratiche e le modalità sono ormai fossilizzate e inquestionabili, ogni tentativo di pensiero divergente viene escluso e sminuito con sufficienza

Abbiamo visto tantз compagnз silenziatз, bullizzatз, derisз. Compagnз che hanno scelto di allontanarsi da queste dinamiche gerarchiche e nonniste, o che addirittura sono statз cacciatз proprio da coloro che si sprecano tanto a definirsi “sorellз”

Qualsiasi iniziativa estranea alle sigle consolidate viene prontamente esaminata, dissezionata e ricomposta seguendo logiche di subordinazione ed apparenza.

In tanti territori abbiamo visto piazze e assemblee, nate spontaneamente, costrette poi a piegarsi al controllo di un’entità sovrana che ha preso sempre più la forma di un parlamentino siglato di fuscia. In questa logica, se non ti pieghi verrai attaccatə, schernitə, sabotatə, sicuramente isolatə, perchè non hai seguito i binari che erano stati tracciati per te.

L’unica strada per poter esprimere del velato dissenso è nelle assemblee, accettando il martirio che ne seguirà, secondo dinamiche cha abbiamo già ben descritto in passato. La regola è: performare sempre, ma senza appropriarsi di protagonismi che spettano allə capocciə di turno, solitamente donna cis, bianca e abile.

Ogni critica, anche se costruttiva, viene sistematicamente vissuta come un attacco al sacro nome, come una “strumentalizzazione”, come se prendere parola per denunciare delle dinamiche ormai marce possa essere un passatempo o una cosa che si fa a cuor leggero. E se per esprimere il dissenso ricorri a metodi non conformi alle pratiche scelte per te, ad esempio un call-out, vuol dire che non ti sei impegnatə per farti ascoltare in assemblea, che non ne hai parlato abbastanza, nel modo giusto, alle persone giuste.

In alcuni casi, persino un cortocircuito così evidente come l‘utilizzo della ormai inaccettabile formula “DONNE*” è stato minimizzato, ignorato e relegato ad un semplice errore di grafica, un’ingenua distrazione.

Nascondersi dietro all’errore risulta poco credibile quando conosciamo fin troppo bene come post del genere passino tra le mani di moltissimз prima di venire pubblicati. Non si tratta di un inciampo, ma del frutto di una serie di scelte molto consapevoli.

Scelte delle quali è stata talvolta riconosciuta la problematicità, senza mai però mettere in discussione che il lessico possa essere frutto di una postura problematica più profonda.

Di “errori” del genere, in effetti, ce ne sono un po’ troppi per essere solo coincidenze: a partire da  comunicazioni come “siamo le donne (…) le trans”, passando per posizioni TERF largamente denunciate in vari territori,  fino ad arrivare alla sottoscrizione moltodibattuta del manifesto bioessenzialista di Di.re.

Quest’ultimo, per noi, è un punto di non ritorno.

Certamente, i CAV sono realtà fondamentali che svolgono un lavoro immane. Oggi, anche la loro gestione è specchio di una situazione preoccupante.

Vedere movimenti dal basso firmare, nonostante le resistenze anche interne, certi documenti insieme a certe sigle di partito – le stesse che poi vengono apertamente contestate perchè fanno pinkwashing – ci fa capire che questi spazi di lotta davvero non ci rappresentano più.

A livello teorico, il punto qui non è negare la matrice sistemica della violenza di genere, ma sottolineare la pericolosità che discende dal parlare di “donne e persone LGBTQIA+” (come se una donna non potesse rientrare nella seconda etichetta), o continuare a trattare la lotta femminista come qualcosa di disgiunto rispetto a quella transfemminista. Come se non fossimo tuttз “bersaglio” della stessa società.

E se un manifesto, anche nella sua versione ultima e già sottoposta a modifiche, rappresenta la coralità delle voci, ci viene un po’ il dubbio che certe istanze siano ormai state svendute, che certe parole siano lì appositamente per riempire la retorica, un po’ come quando ci si accoppia con Chiara Ferragni, accettando dindini alla neo-liberal maniera.

Per chi non ne fosse a conoscenza, vorremmo ricordare che Di.Re. ha ricevuto una ingente donazione da Ferragni e che è presente – tra i suoi vari “sponsor” problematici (che trovate sotto la voce “aziende” del sito)- anche Bper Banca, oggetto di recenti attenzioni per i suoi war bond con Israele.

Tra le altre cose, per l’ennesima volta, il metodo decisionale transfemminista del consenso diffuso è stato abbandonato, ignorando il dissenso delle voci considerate “scomode” o in minoranza. Il potere, così, resta stretto nelle stesse mani di sempre.

Se dobbiamo parlare di “tradimento” quindi, di “fuoco amico”, dovremmo forse focalizzarci sul perché il movimento sta tradendo i suoi stessi ideali piuttosto che puntare il dito verso coloro che provano a liberarsi dalla sua violenza e nominarla in spazi sicuri (sempre più spesso anonimi). Assurdo pensare di subire censura negli ambienti transfemministi, assurdo pensare che per sfuggire al silenziamento serva ricorrere all’anonimato, eppure…

Lo sgomento di chi sperava di trovare in queste assemblee sorellanza e cura li conosciamo bene: il nostro racconto raccoglie le voci che hanno attraversato quelle assemblee e che da esse si sono sentite silenziate. 

Ma se le assemblee si svuotano, se le istanze non arrivano più e il movimento si indebolisce, è perchè nessuna sigla riesce a scendere dal piedistallo per avviare un reale processo di autocritica e messa in discussione.

In alcuni cerchi abbiamo sentito più volte dire frasi come “abbiamo vinto”, senza ragionare sul contenuto e sulla radicalità che si è persa in questa scalata. In questa continua autocelebrazione, la tendenza costante è di giustificarsi. Si passa dal difendere le diramazioni territoriali, per avere un po’ di visibilità, mentre quelle stesse diramazioni si raccontano soffocate dal nazionale, venendo accusate a loro volta, perchè slegate e disorganiche. Ci si nasconde dietro all’idea che i problemi del territorio non siano un riflesso della sigla tutta, senza mai una reale presa di coscienza e di dialogo.

È una coincidenza che a Torino, Bergamo, Bologna, Roma, Napoli, Messina(e queste sono solo alcune delle città dalle quali abbiamo ricevuto racconti espliciti) ci sia stato lo stesso pattern di femminismo bio-essenzialista e dinamiche di potere tossico? Di tradimento di ideali svenduti a suon di “compromessi”?

Pensiamo davvero che l’aumento di politiche razziste e transfobiche a livello governativo e culturale non abbia avuto alcun effetto sui movimenti cosiddetti “intersezionali”?

Essere militantз non fornisce automaticamente protezione e assoluzione dalle insidie di pensieri e azioni discriminati: occorre essere in auto-critica e ascolto costanti.

Quest’anno la piazza nazionale del 22 novembre e le piazze locali del 25 novembre sono state specchio di una crisi su tutti i fronti.

Piazze svuotate, e non solo da un punto di vista numerico, ma anche e soprattutto di carica rivoluzionaria. Nessuna riottosità, nessun antagonismo: come fossimo a una qualsiasi manifestazione di partito, con i soliti quattro volti noti a saltellare o a tenere il microfono sopra i carri, per farsi vedere e fotografare. La scena? attraversata quasi unicamente dalle realtà che accettano di piegarsi più facilmente. I cortei? sempre più privi di contenuto, al limite del grottesco nelle rappresentazioni, con token piazzati a fare un interventuccio o un’intervista.

In questo senso, i fatti di Bergamo rappresentano solo il culmine di situazioni ormai ingestibili ed ingestite, in cui si presta assurdamente garanzia verso un presunto abuserperchè TW  ——————————————————————–“ci sono state insistenze ma sesso penetrativo no”. 

Queste sono solo alcune delle riflessioni che ci hanno dimostrato, ancora una volta, che spazi che un tempo giudicavamo sicuri sono ormai abitati da ambizioni individualiste, qualunquismo, convenienza politica.

Quegli stessi spazi che erano nati da esperienze radicali si sono trasformati oggi in spazi mainstream e ostili al dissenso, pregni di marchette ideologiche e non, intrisi di risentimento verso qualsiasi critica.

Spazi in cui si punta il dito verso lo strumento usato e non si ragiona invece sul messaggio che lз militanti portano, replicando perfettamente le dinamiche di tone policing dei giornali. Non esistono call-out buoni o call-out cattivi, esistono solo prese di parola. Ammiriamo e analizziamo testi di grandi rivoluzionarie che hanno agito contro le convenzioni, spesso con pratiche radicali e additate come vendicative, ma troviamo poi inaccettabile che questo accada all’interno dei nostri movimenti? Ironico.

Questa volta, abbiamo deciso di prendere parola perchè crediamo di essere a un capolinea, perché la nostra libertà non è fatta da “donne*”, da gerarchie e dinamiche di partito, da tutele e CAV riservati unicamente a donne cis, preferibilmente pie e rispettabili.

Non vogliamo dover accettare nessun compromesso.

E nonostante questa postura politica ci renda la vita più difficile – proprio a causa degli atteggiamenti tossici del movimento stesso – non cambieremo di certo per paura del giudizio non richiesto su chi siamo o cosa dovremmo essere.

A muoverci è l’amore per la lotta, una lotta di liberazione che sia radicale e intersezionale, che sia per e di tuttз, oltre protagonismi e sigle identitarie.

Ci rivolgiamo a chi ci legge e si riconosce in questa analisi, in questa rabbia profonda e in questo desiderio: non siamo sol3. Ascoltiamo le voci dell3 compagn3, raccogliamole per tessere reti e nuove trame con loro, liberiamoci dalle gabbie, soprattutto quelle interne, uscendo dalla casa di ogni padrone. Cospiriamo contro le narrazioni imposte su come dovremmo agire o a chi dovremmo chiedere permessi, senza chinarci per paura della censura o dell’isolamento.

Liberiamoci per costruire spazi liberati.